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Polemica tweet Bolle su clochard Napoli

(IT) ANSA.IT - Tecnologia - 5. February 2012 - 19:34
Etoile poi precisa, mi spiace esser stato frainteso
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Jovanotti, Fiorello, Belen: chi c'è sul web. Twitter-mania tra i vip

(IT) Il messagero - Internet - 5. February 2012 - 18:03
ROMA - Manca un mese e mezzo alla primavera, ma in giro è tutto un cinguettare. Soprattutto nel mondo dello spettacolo, perché ormai non c'è celebrità che non ricorra al diario pubblico
Categorie: Italia-Tecnologia

Jovanotti, Fiorello, Belen: chi c'è sul web. Twitter-mania tra i vip

(IT) Il messagero - Scienza e Tecnologia - 5. February 2012 - 18:03
ROMA - Manca un mese e mezzo alla primavera, ma in giro è tutto un cinguettare. Soprattutto nel mondo dello spettacolo, perché ormai non c'è celebrità che non ricorra al diario pubblico
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Appleton, re del microchip morto in un incidente aereo

(IT) La Repubblica - Tecnologia - 4. February 2012 - 19:54

Era l'amministratore delegato di Micron Technology, multinazionale dei chip con sede a Boise, negli Stati Uniti e che ha anche una filiale in Italia. L'uomo...

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Vietiamo lo zucchero: fa male quanto fumo, alcol e droga

(IT) Panorama.it - Hitech e Scienza - 4. February 2012 - 10:00
Non solo bibite (Credit iStockphoto)

Non solo bibite (Credit iStockphoto)

Guardando una qualunque puntata del telefilm Mad Men, ambientato nel mondo dei pubblicitari rampanti nella New York dei primi anni Sessanta, sarà capitato anche a voi di restare a bocca aperta osservando la quantità di sigarette e di bicchieri di whisky consumati con estrema nonchalance dai protagonisti della serie nel corso di una normale giornata di lavoro. L’equivalente moderno di queste due pratiche, oggi ovviamente bandite dagli uffici, è il consumo di merendine, bibite gassate e più in generale della miriade di prodotti dell’industria alimentare gonfi di zucchero.

E’ questo il nuovo nemico da combattere, ne sono convinti i ricercatori dell’Università della California a Los Angeles, autori di un polemico pamphlet pubblicato sulla rivista Nature, dall’inequivocabile titolo “La verità tossica sullo zucchero”. La tesi degli studiosi è che che l’uomo in tutta la sua storia evolutiva non ha mai consumato quantità di zucchero nemmeno lontanamente paragonabili a quelle odierne. Ciò è dovuto al fatto che si tratta di una materia prima a buon mercato, diventato un ingrediente onnipresente nelle preparazioni alimentari industriali, anche perché il suo gusto risulta gradito al pubblico.

Ma i suoi effetti, soprattutto nelle quantità smodate alle quali lo consumiamo oggi, sono paragonabili a quelli dell’alcol in termini di danni all’organismo. Diabete, sindrome metabolica, ipertensione, malattie cardiovascolari sono strettamente collegate al consumo di fruttosio. Le Nazioni Unite hanno da poco annunciato che proprio queste malattie non trasmissibili hanno appena superato quelle contagiose per il numero di morti provocati ogni anno nel mondo, che raggiunge quota 35 milioni.

Proprio sull’inadeguatezza dell’uomo a metabolizzare le enormi quantità di zucchero consumate oggi nei paesi occidentali si era conclusa una recente intervista di Panorama.it a Roberto Defez, ricercatore all’istituto di Genetica e Biofisica al Cnr di Napoli. E’ a lui che abbiamo chiesto un commento sull’articolo di Nature e anche sulle soluzioni proposte dai suoi autori.

Allora professore, lo zucchero è il nemico da eliminare?

L’uomo è inadatto ad assumere queste quantità di zucchero, non è mai successo nella storia della sua evoluzione. Come ricordano correttamente gli autori dell’articolo di Nature, era abituato a una stagionalità, legata alla disponibilità di frutta, quando questa non era ancora disponibile tutto l’anno. Scoprire che circa il 20% delle calorie giornaliere oggi derivano dallo zucchero è un dato preoccupante.

Cosa si dovrebbe fare per limitarne il consumo?

Un po’ di ritorno alla stagionalità mi sembra un’idea non sbagliata, ma serve un grandissimo impegno culturale, perché tutto sta andando nella direzione opposta, verso il consumo di cibi più dolci. Per capirlo bastano constatazioni banali, come la scomparsa dei mandarini in favore delle clementine, non è solo un fatto legato ai semi: la clementina è più dolce. L’aceto balsamico sta sostituendo sempre più l’aceto di vino, i sapori acidi, insomma, vengono sostituiti da alternative dolci.

Come si disabituano le persone a questo gusto omologato sul dolce?

Rimuovere le macchinette di bevande zuccherate dalle scuole a me non pare una brutta proposta. Bisogna allenare le nuove generazioni perché questo impiego massiccio di zucchero che ha una serie di effetti anche ormonali sgradevoli e pericolosi. Una volta il fumo era tollerato e lo stesso l’alcol, adesso i divieti e le limitazioni sono dati invece per scontati. E’ necessario cominciare una complessa battaglia culturale, e ci vorrà molto tempo.

Ammesso di limitare la disponibilità di bibite e merendine nell’orario scolastico, come aiutiamo le famiglie  a limitare il consumo di zucchero anche a casa?

Innescando una campagna informativa fortissima e una pubblicità alternativa su queste tematiche, perché la gente è totalmente impreparata e pensa che di zucchero e sale, che a ben vedere sono state grandi conquiste dell’umanità, si possa disporre in maniera indiscriminata.

Una tassa, come propongono i ricercatori californiani e come in alcuni paesi già si sta sperimentando, può aiutare?

Io credo che aumentare le tasse sia del tutto irrilevante: anche raddoppiando il prezzo non si incide in maniera sensibile sulle tasche dei consumatori. Si potrebbe perfino rischiare di rendere un prodotto più attraente facendolo costare di più.

Un passaggio interessante dell’articolo di Nature è quello in cui si dice che il consumo di zucchero resta percoloso anche quando non è associato all’obesità.

Deve essere chiaro che alimentarsi di merendine e dolciumi non è uno stile sostenibile tutti i giorni. Il consumo di zucchero è insidioso proprio perché spesso non si associa all’obesità e allora tende a essere sottovalutato o completamente ignorato. E’ invece molto importante che rimanga sporadico anche perché dà dipendenza.

In che senso il suo effetto è simile a quello della droga?

Il consumo eccessivo di zucchero da un lato fa scattare segnali ormonali che riducono il senso di sazietà (il che porta anche all’obesità) dall’altro ha un effetto sulla dopanima che è simile alle droghe, perché diminuisce il piacere di aver consumato cibo e quindi spinge a consumarne di più. Pensiamo a un lungo pranzo in cui consumiamo prima i cibi salati. Arrivati alla fine ci sentiamo sazi e non riusciremmo più a mangiare altre pietanze salate, ma per un dolce invece è facile che lo spazio ci sia. In realtà è come se si stesse riempiendo un nuovo contenitore, ma siccome invece il contenitore è sempre lo stesso, alla fine trabocca: cioè si finisce con il mangiare troppo.

Nel libro che è ormai un classico dell’alimentazione, Il dilemma dell’onnivoro, il giornalista Micheal Pollan spiega come i sussidi agli agricoltori che producono mais in America abbiano portato a una produzione massiccia di sciroppo derivato, che è finito in quasi ogni prodotto dell’industria alimentare. Perché non si può chiedere all’industria di fare il primo passo e vietare o limitare per legge l’uso di zuccheri aggiunti in varie categorie di prodotti?

Le aziende seguono il desiderio di chi sta acquistando qualche cosa. A volte lo generano, è vero, ma prima di intervenire sull’industria occorre fare una battaglia culturale, innescare un messaggio sanitario che porti le persone a voler cambiare abitudini. A quel punto credo che l’industria seguirà automaticamente gli indirizzi del mercato. Ma non possiamo aspettarci che sia chi si occupa di profitti a condurre questo genere di battaglia, deve farlo chi si occupa di strategia.

Allora cerchiamo di capire almeno quanto zucchero bisognerebbe consumare. Le linee guida dell’Inran, Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (qui si può scaricare il pdf) , in pratica suggeriscono il meno possibile. E aiutano nella scelta segnalando quanto ne contengono gli alimenti di uso più comune. Si scopre così che le bibite gassate sono quelle che ne contengono più di tutti: circa 33 grammi ogni lattina da 330 ml, contro, per esempio, gli 11,6 grammi di zucchero contenuti in un cucchiaio di Nutella.

Infine è il caso di sfatare qualche falso mito. Primo fra tutti quello che lo zucchero grezzo sia diverso, come valore calorico e caratteristiche nutritive, da quello bianco. È semplicemente uno zucchero non raffinato: la differenze di colore e sapore dipendono dal fatto che ci sono piccole quantità di residui vegetali (melassa). Chi si illudesse di fare una scelta salutare sostituendo la cola con un succo di frutta, sappia poi che anche i prodotti «senza zuccheri aggiunti» contengono comunque quelli naturali della frutta (saccarosio, fruttosio e glucosio) nella misura dell’8-10 per cento, quindi forniscono circa 70 calorie per bicchiere. Consolarsi consumando caramelle «senza zucchero»? Basta sapere che sono dolcificate con sorbitolo, xilitolo e maltitolo e se il loro consumo supera i 20 grammi al giorno (pari a 10 caramelle) inducono un effetto lassativo. Infine vale la pena ricordare che non è sempre vero che i prodotti light o «senza zucchero» non facciano ingrassare. Molti apportano calorie in notevole quantità. Inoltre, inducendo un falso senso di sicurezza, portano a consumarne quantità eccessive.

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Metal Gear Solid HD Collection, un tris di classici - Recensione

(IT) Panorama.it - Hitech e Scienza - 3. February 2012 - 18:56
 Konami

Un'immagine del gioco - Credits: Konami

Ti muovi furtivo, con pazienza, hai i sensi attivi al 110% e non c’è variante tattica che sfugga ai tuoi occhi o al tuo istinto: questa è l’anima di qualunque stealth in commercio, ma se tutti i giocatori conoscono l’arte dell’infiltrazione silenziosa il merito è di sua maestà Hideo Kojima, il creatore di una serie seminale che viene celebrata grazie a Metal Gear Solid HD Collection.

Lo dice il titolo: hanno preso tre titoli fondamentali, più due extra, e li hanno pompati in alta definizione. Vale a dire Metal Gear Solid 2: Sons Of Liberty (PS2, 2001), Metal Gear Solid 3: Snake Eater (PS2, 2004) e Metal Gear Solid: Peace Walker (PSP, 2010), con l’aggiunta dei primi due Metal Gear, quelli usciti su MSX nel 1987 e nel 1990.

Rispetto al passato le texture sono tirate a lucido ed è stato aggiunto il supporto per obiettivi e trofei. Al di là del restyling, tutto il resto appartiene alla gloria del genere stealth. Certo, Sons Of Liberty ha forse perso un po’ di smalto, ma in compenso Snake Eater ha tenuto benissimo e i nuovi controlli di Peace Walker gli fanno guadagnare in efficacia rispetto alla PSP.

Metal Gear Solid HD Collection è insomma un best of che ogni giocatore, sia i fan che i neofiti, dovrebbe prendere in considerazione. Per 50 euro è un affare.

Voto: 9

Piattaforma: PlayStation 3, Xbox 360
Sviluppatore: Kojima Productions
Produttore: Konami

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Hubble: lo spettacolo dell’universo alla portata di tutti

(IT) Panorama.it - Hitech e Scienza - 3. February 2012 - 18:40
(LaPresse)

(LaPresse)

Il suo successore, Webb space telescope, è quasi pronto. Ma Hubble, il reporter spaziale più indaffarato del mondo, non sembra intenzionato alla pensione. Per il 2012, del resto, gli hanno affidato una missione non di poco conto: il telescopio spaziale della Nasa punterà i suoi occhi sul transito di Venere che, il 5 e 6 giugno, passerà tra il Sole e il nostro satellite. Lo scopo di tutto ciò? Aiutare gli scienziati a misurare l’atmosfera di piccoli esopianeti simili alla Terra (simili quindi a Venere). Cosa che, per ora, mentre è facile per gli esopianeti più grandi, risulta difficile per quelli di dimensioni minori.

Guarda le immagini straordinarie riprese da Hubble
Intanto, per capire di cosa è capace Hubble, basta fare un giro nel suo spettacolare sito e cliccare, per esempio, su image tours (nella sezione gallery). Immagini splendide e interattive di galassie, nebulose, pianeti, con mappe, zoom e informazioni di base. Un viaggio sontuoso e a costo zero nei luoghi più remoti dell’universo.

Potrete dire che avete visitato la Nebulosa del Gatto, la Galassia Whirpool o quella a sombrero, che avete assistito alle tempeste gioviane o orbitato intorno agli anelli di Saturno.

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Tanti utenti, ma non solo: Facebook “vale” perché è un concentrato del Web

(IT) Panorama.it - Hitech e Scienza - 3. February 2012 - 18:27
 owenwbrown @ flickr

credit: owenwbrown @ flickr

Trita-techIl giorno dopo la roboante Ipo di Facebook siamo diventati tutti esperti di economia. Se non altro per capire se dietro la danarosissima offerta iniziale in Borsa non ci sia la solita dot.com sopravvalutata (e destinata a scoppiare) o se invece siamo di fronte a un caso più unico che raro che va trattato coi guanti.

Tutti d’accordo – ovviamente – nel sostenere che Facebook meriti un’attenzione particolare per via del suo straordinario bacino di utenti. Non è un caso che nei documenti presentati alla Consob americana da Zuckerberg e soci il dato relativo all’utenza sia stato più e più volte sottolineato. In fondo se fossero radunati in un unico territorio, gli 845 milioni di iscritti (che diventeranno 1 milione da qui alla prossima estate) sarebbero la terza nazione del Pianeta, dopo India e Cina.

Sarebbe però riduttivo fare di Facebook un semplice fenomeno demografico. Che gli utenti, da soli, non fanno la felicità, almeno su Internet. C’è qualcosa di più. C’è ormai un vero e proprio ecosistema che brilla di luce propria.

Facebook mi ricorda un po’ quei complessi residenziali nei quali il cittadino ha tutto ciò che gli serve nel raggio di pochi metri: il panettiere, il parrucchiere, la banca, il parco giochi, tutto attaccato a casa. Ecco. Mark Zuckerberg ha avuto il merito di dare ai suoi utenti tutto ciò di cui hanno bisogno per sbrigare le loro faccende digitali, senza bisogno di andarle cercare altrove. C’è la posta elettronica, la chat, la video chat, ci sono le foto, i video, la musica e ovviamente i contenuti, quelli generati dagli utenti e quelli linkati dal resto del Web. Non mi sorprenderei se il prossimo step fosse un vero e proprio motore di ricerca, un piccolo Google calato nella realtà del social network. Del resto, se ogni utente trascorre in media 25 minuti al giorno nello stesso posto (in Italia sono addirittura 55) un motivo ci sarà.

Per arrivare a diventare quel microcosmo che è, gli informatici che oggi lavorano a Menlo Park hanno fatto uno straordinario lavoro di integrazione fra la piattaforma e il resto dei servizi e delle applicazioni presenti in Rete. Come dire che oltre ad aver messo in contatto fra di loro quasi un miliardo di utenti, Facebook ha avuto il merito di collegare al suo interno molti tasselli del Web. Utilizzando dei meccanismi incredibilmente semplici.

Perché è vero che molte delle cose che oggi facciamo su Facebook potevamo farle anche prima. Ma con il doppio, il triplo della “fatica”. Pensiamo ad esempio a quello che facevamo qualche anno fa quando volevamo condividere un video con i nostri amici: copiavamo la stringa dell’Url del filmato, aprivamo la posta elettronica, selezionavamo uno per un uno i contatti cui inviare il filmato e incollavamo il link nel campo di testo. Oggi basta premere un tasto e il gioco è fatto. C’est plus facile.

Così chi vi dice che Zuckerberg e soci si stanno arricchendo sfruttando le nostre vite digitali e ciò che di buono hanno fatto gli “altri” in Rete vi dice una mezza verità. Perché se è vero che senza i suoi utenti e senza il resto del Web Facebook sarebbe poco più che uno scatolotto vuoto, è innegabile che le dinamiche e i meccanismi con cui ciascuno di noi interagisce nel Web sono state rivoluzionate da questo social network creato quasi per gioco da un paio di adolescenti al college. Per questo ci piace stare dentro quel giardino recintato per molti, molti minuti al giorno. Coltivandoci all’occorrenza anche zucche, peperoni e pomodori.

Quanto varrebbe tutta quanta la Rete se fosse quotabile in borsa? Impossibile dirlo. Di certo Facebook è ciò che più si avvicina all’essenza stessa del Web. Un vero e proprio concentrato della nostra vita online. Ed è per questo che qualcuno è disposto a investirci i miliardi.

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Tumori: a che punto è la lotta

(IT) Panorama.it - Hitech e Scienza - 3. February 2012 - 16:56

Alberto Mantovani, Immunologo, direttore scientifico Humanitas (Roberto Caccuri/Contrasto)

Alberto Mantovani, Immunologo, direttore scientifico Humanitas (Roberto Caccuri/Contrasto)

di Daniela Mattalia

È un appassionato alpinista. Nel tempo libero va in montagna dove, un passo dopo l’altro, con fatica e determinazione, cerca di conquistare la cima. È anche un ricercatore che, da quando aveva 24 anni (oggi ne ha 64), una mossa dietro l’altra, con la stessa fatica e determinazione, dà battaglia al cancro. Sa che la guerra è lunga, ma lui conosce bene il nemico. Così è Alberto Mantovani, immunologo di fama, direttore scientifico dellIstituto Humanitas di Rozzano e docente all’Università degli Studi di Milano. Se il lavoro è chiaramente la passione della sua vita, gli si illumina la faccia quando mostra le innumerevoli foto dei figli e il disegno di una cellula immunitaria (gialla come un limone) del nipotino Filippo.
La storia di Mantovani ricercatore (in Italia, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e poi di nuovo in Italia) si intreccia con quella del cancro, con le battaglie perse e vinte. “Una storia che, a raccontarla” dice a Panorama, sul numero in edicola, “mi ha rinnovato vecchi ricordi e un po’ mi commuove”.

Nella sua lunga guerra contro il cancro, ricorda la prima volta che ha visto il nemico da vicino?
Avevo 24 anni, ero un giovane medico appena laureato. Decisi che quell’estate del 1973 non l’avrei passata in Sardegna dentro una tenda, come facevo di solito, ma in un reparto di pediatria oncologica all’Istituto dei tumori a Milano, con la dottoressa Franca Fossati-Bellani.
Quindi i primi malati che ha visto erano bambini?
Bambini che erano stati colpiti dalla leucemia, da sarcomi, neuroblastomi.
Sarà stato un inferno…
Un’esperienza simile ti segna per la vita. Era il cancro nella sua versione peggiore, davanti alla morte di un bambino ti si rivoltano le viscere. Negli anni 50 e fino agli anni 60, su 100 bambini con leucemia ne morivano 90, nel giro di tre mesi. Quando arrivai in quel reparto, si era però già all’alba delle cure contro la leucemia infantile. Grazie alla chemioterapia oggi su 100 piccoli ne guariscono 90.
Dopo quell’esperienza lei scelse il laboratorio e non l’ospedale. Perché?
Perché la soluzione può venire soltanto dalla ricerca scientifica, e io volevo dare il mio contributo. Anche se i malati in carne e ossa restano al centro del mio pensiero.
Che effetto le faceva, i primi tempi, vedere un tumore al microscopio?
Mah, ci ero abituato… Piuttosto mi fece una grande impressione, quando dopo qualche anno andai nel laboratorio di Bob Evans e Peter Alexander, in Gran Bretagna, vedere che i tumori avevano al loro interno tantissime cellule del sistema immunitario, i macrofagi. Bob tirò fuori cellule cancerose prelevate dai sarcomi, me le mostrò, ed erano piene di macrofagi.
Ed era strano?
Erano troppi! Il dogma di allora diceva che queste cellule immunitarie combattevano i tumori, ma io avevo un sospetto: se erano lì, e così tante, era improbabile che facessero da difesa. Immagini che il tumore sia un edificio abitato da delinquenti, ossia le cellule maligne, a un certo punto arrivano i macrofagi, i poliziotti che dovrebbero arrestarli. All’inizio sono lì per quello, poi però vengono corrotti.
E aiutano il tumore a crescere?
Fu la mia ipotesi, e poi la mia scoperta. Scrissi un articolo scientifico da pubblicare e mi presentai nello studio di Alexander. Ricordo quel momento nitidamente: lui mi disse “Alberto, è un buon lavoro, ma è il tuo, non il nostro. Lo firmi tu”. Una lezione di onestà intellettuale non comune.
Che aspetto ha una cellula del cancro?
È diversa da quelle sane, è più irregolare, si riproduce più velocemente. E ogni tumore ha all’interno cellule immunitarie.
È così che cresce un cancro?
Usa due strategie: da una parte corrompe le difese immunitarie, dall’altra le addormenta. Oggi però possiamo usare pezzi del sistema immunitario, rieducarli e reinfonderli nel paziente per potenziarne le difese. Avviene così con particolari farmaci, gli anticorpi monoclonali, pallottole mirate. Per il 30 per cento i nuovi farmaci in oncologia sono anticorpi.
Ha mai pensato che il tumore è un avversario troppo potente?
No. Ma neppure ho mai avuto un approccio miracolistico. In questa guerra non esiste una battaglia di Waterloo, in cui si vince o si perde tutto. Anche se a volte succedono cose straordinarie.
Quali?
Le racconto una storia. Quando ero in Gran Bretagna avevo un amico, Peter, il marito di una collega. Si ammalò di tumore al testicolo, allora mortale al 100 per cento. Lui poi aveva metastasi avanzate. Ci perdemmo di vista, ma ero convinto che sarebbe morto. Una sera a Milano, dopo tanti anni, squillò il telefono, una voce in inglese chiedeva di me. “Sono Peter”. Peter? Per cinque secondi ebbi l’impressione di avere ricevuto una chiamata dall’aldilà.
Come aveva fatto a guarire?
Ha avuto la fortuna di entrare in una delle prime sperimentazioni con un farmaco derivato dal platino, oggi alla base nella cura di questo tumore, si guarisce nel 90 per cento dei casi. Pensi solo a Lance Armstrong, che è guarito e ha vinto più volte il Tour de France. Il platino ha cambiato la storia del tumore al testicolo.
Ricorda qualcuno che invece non ce l’ha fatta?
Un collega, Luciano, che all’Istituto Mario Negri aveva dedicato la vita a studiare il cancro. Morì di tumore, un mieloma, ed era ancora giovane. Ecco, la morte di Luciano mi addolorò nel profondo, era come essere colpiti proprio dal nemico.
Oggi come si muove la ricerca?
Dobbiamo fare una premessa: ci sono tanti tipi di tumore quanti sono i tessuti dell’organismo, e all’interno di un tipo di tumore esistono i sottotipi e così via… Una volta la diagnosi si faceva al microscopio, oggi avviene a livello molecolare, con sonde a Dna. Avremo sempre più strumenti molecolari che ci aiutano a sezionare i tumori nel modo più accurato possibile.
E in che modo questo aiuterà i pazienti?
Potremo analizzare non solo la singola mutazione di un tumore, ma il suo intero profilo genetico per avere una terapia personalizzata: non un unico farmaco per un unico paziente, questo è esagerato, ma un farmaco fatto apposta per un sottogruppo di pazienti in cui quel tumore ha determinate caratteristiche.
Lei teme il cancro?
No, non ci penso. Lo temo per i miei cari, casomai. Personalmente, cerco di prevenirlo. Seguo la regola 0-5-30.
Significa?
Zero sigarette, 5 porzioni al giorno di frutta e verdura e 30 minuti di esercizio fisico quotidiano.
Ha figli?
Quattro. E diversi nipotini.
Qualcuno dei suoi figli fuma?
No, per me sarebbe stato uno shock se si fossero messi a fumare.
A una persona che ha appena ricevuto una diagnosi di cancro cosa si sentirebbe di dire?
Ah, è la domanda più difficile di tutta la mattinata. Non credo alle pacche sulle spalle, penso sia più utile partecipare concretamente. L’ultimo anno per me è stato, da questo punto di vista, pesante, perché si sono ammalate persone a me molto vicine. In quel caso ho detto: questa cosa si affronta, ci sono tanti livelli da cui combattere. Cominciamo a lottare, e se dobbiamo indietreggiare dietro un altro bastione, lo facciamo e continuiamo a dare battaglia.
Mai darsi per vinti…
Mai. E dopo la ritirata ci prepariamo al contrattacco. Prenda il melanoma, uno dei tumori più aggressivi. Per un tempo lungo, non so neppure dire quanto, non ci sono stati progressi. Invece nell’ultimo anno le terapie immunologica e farmacologica mirata hanno dato risultati davvero significativi. A chi si ammala bisogna dire: guarda che tanti al mondo cercano armi per contrattaccare. E spesso ci riescono.

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077_AIRC_Arance11_LocTV_350x500Le arance che fanno bene

Sabato 4 febbraio (nelle regioni più colpite dal maltempo sabato 11 febbraio) ci sarà la giornata delle Arance della salute organizzata dall’Airc: in oltre 2 mila piazze italiane saranno distribuite arance rosse di Sicilia (simbolo della dieta mediterranea), con un contributo di 9 euro. L’obiettivo è dedicare alla ricerca contro il cancro quasi 4 milioni di euro, per potenziare 476 studi contro il tumore.

Tutte le informazioni sul sito o al numero verde  840-001001


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Ecco le novità di Windows Phone 8, nome in codice Apollo

(IT) Panorama.it - Hitech e Scienza - 3. February 2012 - 15:31

Nokia Lumia 800

Nokia Lumia 800

Windows Phone non ha ancora i numeri di Apple iOS né di Android, d’accordo. Ma sulle sue qualità, ormai, non ci sono più dubbi. Non è un caso che al recente CES di Las Vegas sia stato proprio un telefonino motorizzato Microsoft, il nuovo Nokia Lumia 900, il più ammirato (e premiato). Il bello, però, potrebbe venire ora. Con l’uscita di quella che – nei piani di Steve Ballmer e soci – dovrebbe essere la release della verità: Windows Phone 8, nome in codice Apollo.

Non si tratta, chiariamolo subito, di una versione riveduta e corretta di Mango (l’attuale aggiornamento ufficiale della casa): vi basti sapere che il kernel (ovvero il cuore) del nuovo sistema operativo tascabile di Microsoft non sarà più basato su Windows CE ma sul nuovo Windows 8. Ma non solo. I tecnici di Redmond sembrano aver fatto tesoro di tutte le piccole e grandi critiche arrivate loro in questi ultimi mesi, dando ad Apollo tutta una serie di “cartucce” che gli utenti più esigenti saranno ben lieti di sparare.

- Innanzitutto: Apollo consentirà ai produttori di telefonini intelligenti di utilizzare processori multi-core (incredibile ma vero, fino ad oggi i cellulari Windows potevano montare solo processori single-core).

- E potranno pure differenziare la taglia dei display secondo quattro differenti misure (con quale risoluzione, per il momento, non si sa).

- Arriva il supporto NFC (quello standard che permette di utilizzare il cellulare come fosse un badge per pagare e scambiarsi i dati).

- I Windows Phone con Apollo potranno archiviare i dati anche sulle schede di memoria microSD (alleluia!)

- Ci sarà una profonda, anzi, profondissima integrazione con Windows 8, il nuovo sistema operativo che equipaggerà i PC , i tablet e forse anche le Tv (ne abbiamo parlato anche qui). Pare addirittura che i nuovi Windows Phone potranno scambiarsi e condividere i dati con gli altri dispositivi motorizzati Windows 8 attraverso un semplice “tocco” (in gergo si chiama tap-to-share ed è anche questa è una funzionalità basata su NFC).

- A proposito di integrazione, Skype dovrebbe essere già annegato nel sistema operativo: significa che potremo effettuare una videochiamata IP semplicemente aprendo la rubrica dei contatti.

- Si parla di una compressione via proxy server della connettività dati, il che tradotto in parole povere dovrebbe ridurre il consumo di energia in fase di navigazione Web di circa il 30%.

Si dirà che su molti di questi aspetti la concorrenza è già arrivata da tempo. Ok, ma non sempre conta arrivare per primi. E allora aspettiamo di vedere come sarà Windows Phone 8 nella sua forma definitiva. Ben inteso che prima di Apollo ci sarà il debutto di Tango, l’aggiornamento destinato ai telefonini di fascia medio-bassa atteso verosimilmente per il prossimo MWC di Barcellona.

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